ALBEROBELLO

I trulli sono stati oggetto di numerosi riconoscimenti.
Già nel 1910 il governo emanò un decreto per eleggere Monumento Nazionale il Rione Monte.
Nel 1930 fu elevato a Monumento nazionale anche il Rione Aia Piccola.
Grazie a tali disposizioni governative i monumenti sono stati tutelati e preservati.
Nel corso del secondo mandato dell’ Amministrazione Panarese, dopo un lungo percorso preparatorio di atti e sopralluoghi di emiriti architetti incaricati dall’Unesco per valutare ed approvare la candidatura di Alberobello per l’inserimento nella world Heritage List, giunse il favorevole responso. La Conferenza Intergovernativa, riunita a Merida in Messico, infatti, il 5 dicembre 1996, nell’ambito della 20^ Sessione del Comitato Mondiale UNESCO, dichiarò : “I trulli di Alberobello”, riuniti in un agglomerato urbano, Patrimonio Mondiale dell’Umanità, decretando l’inserimento nella WORLD HERITAGE LIST, con le seguenti motivazioni: “eccezionale tipologia, continuità abitativa, sopravvivenza di una cultura costruttiva di origine preistorica …”

 

CASA D’AMORE

Secondo una tradizione ormai radicata, il 22 giugno del 1797, mentre veniva eletto il primo Sindaco, Francesco D’Amore cominciava a costruire questa casa, la prima ufficialmente in cotto, vale a dire con l’uso di malta.

Con il suo dispaccio, infatti, il Re decretava che gli alberobellesi potessero fabbricare case nel modo ad essi più comodo, senza essere impediti dal Conte di Conversano. L’evento era ulteriormente testimoniato dalla piccola epigrafe, posta sotto l’arco che segna l’area del balcone, che riporta la seguente iscrizione: EX AUCTORITATE REGIA – HOC PRIMUM
ERECTUM – A.D. 1797.

La sua ubicazione, nell’attuale Piazza Ferdinando IV di Borbone, non è casuale. Essa, infatti, con il suo primo piano era perfettamente visibile dalla vicina abitazione dei Conti. Tale struttura rappresenta un vero e proprio passaggio tecnico-costruttivo dalle prime case a trullo alle abitazioni ottocentesche. In realtà, la facciata lascia immaginare la presenza di vani interni ben diversi da quelli che in realtà sono.

La stanza d’accesso, al posto del consueto cono lapideo, presenta una volta a stella. Tutti gli altri ambienti non sono molto dissimili da quelli delle case a trullo che circondavano l’abitazione. L’unico elemento d’unicità evidente, se si esclude l’uso di malta, è il piano sopraelevato raggiungibile esternamente tramite una scala. Questo è composto da tre angusti ambienti conici, posti su differenti livelli. Al primo vano, determinato da un trullo più ampio, segue un piccolo ambiente conico, che in origine era collegato al pianterreno tramite una botola. L’ultimo di tali locali, che poggia sulla volta a stella del sottostante vano principale, consente l’affaccio al balconcino.

Molto probabilmente, per l’edificazione della casa, Francesco D’Amore interpellò un semplice caseddaro (muratore), abituato a costruire o restaurare trulli.

Questo non ci meraviglia dato che, ancora nel 1843, dai verbali del Consiglio Comunale emerge che non vi era un architetto locale che potesse far parte della commissione preposta alla cura delle nuove costruzioni affinché fossero regolari e di non spiacevole architettura a meno che non si volesse definire architetto uno degli infelici muratori o trullari. Monumento nazionale dal 1930, restaurata nel 1951.

 

TRULLI SIAMESI

Percorrendo la scalinata di Via Monte Nero, ci si imbatte in quest’antichissima abitazione, edificata su una roccia affiorante. Essa presenta una struttura a gradoni, priva di finestre, le cui fondamenta sono costituite da grossi macigni appena sbozzati.

I trulli siamesi, particolare per la loro “forma doppia”, hanno due ingressi, uno per cono, che si affacciano su strade diverse. Anche se all’interno si distinguono i diversi vani, anticamente messi in comunicazione da una piccola porta, all’esterno la copertura si presenta insellata, essendo stata colmata la rientranza tra i due coni.

Questa caratteristica, assente nei trulli più recenti, conferma ulteriormente l’arcaicità della costruzione. Molti riconducono l’origine della sua particolare forma a una leggenda popolare.

 

CHIESA DI SANT’ANTONIO

La chiesa, che domina con la sua mole il Rione Monti, fu eretta in appena quattordici mesi, sul terreno donato da una benefattrice, su progetto di Martino De Leonardis (1880-1969). L’idea iniziale fu solo parzialmente seguita, dato il successivo intervento dell’ingegnere Signorile Bianchi di Bari.

L’edificio fu aperto al culto il 13 giugno 1927. Il primo economo curato, nominato il 1946, fu lo stesso fondatore Sac. Antonio Lippolis che, nel 1952, donò all’Istituto dei Servi della Carità di don Luigi Guanella una casa costruita a trulli, con giardini annessi, per incrementare le opere d’assistenza. Nello stesso anno i Padri presero possesso della chiesa, dichiarata nuova parrocchia.

Il prospetto dell’edificio si presenta suddiviso in tre corpi. Quello centrale, cuspidato, mostra un grande arco strombato nel quale è inserito il portale d’accesso. La chiesa, a croce greca7, presenta centralmente una copertura “a trullo”, terminante con lucernario a base quadrata. I quattro pilastri centrali reggono archi a tutto sesto, sui quali poggiano le volte laterali.

Alla struttura esistente, successivamente, fu affiancato il seminario, che rese cieco da un lato il campanile.

L’interno, inizialmente, presentava un unico altare e un grande Cristo in croce, opera di Adolfo Rollo (1898-1985). Nell’arco di tempo compreso tra il 1954 e il 1960, il tempio ha subito notevoli cambiamenti. Oltre all’adattamento dell’altare centrale alle esigenze di culto, si è proceduto all’innalzamento dei due altari laterali, quello del braccio di destra dedicato alla Vergine8 e quello di S. Antonio, sulla sinistra. Anche i bassorilievi sulla vita del Santo, annessi all’altare, e la decorazione della parete centrale sono opera di Adolfo Rollo.

 

MONUMENTO AI CADUTI

Innalzato in piazza del Popolo, già piazza della Vittoria, il monumento ai caduti della prima guerra mondiale, fu solennemente inaugurato il 27 maggio del 1923.

Sulle quattro lapidi di marmo, poste alla base dell’obelisco, furono elencati i nomi dei caduti e le parole del Sindaco dell’epoca. Benché realizzato in tale periodo dallo scultore barese G. Laricchia, questo slanciato monumento monolitico era stato progettato dall’architetto Antonio Curri sin dal 1897, affinché fosse innalzato per celebrare il primo centenario della liberazione dal feudalesimo di Alberobello.

A causa di difficoltà finanziare e per nuove disposizioni legislative, si decise di rimandare ad altra epoca la sua erezione.

Il disegno rimase chiuso negli archivi fino al 1919, anno in cui fu utilizzato, anche se non fedelmente seguito, per la destinazione attuale.

 

TRULLO SOVRANO

Monumento nazionale dal 1930, quest’imponente edificio, così chiamato dal 1916, è ubicato in Piazza Sacramento, alle spalle della basilica di SS. Medici.

Lo storico locale Notarnicola c’informa che era denominata la Corte di papa Cataldo perché posseduta e probabilmente edificata dalla famiglia del sacerdote Cataldo Perta (1744-1809), che lo usò come sua dimora, mentre nei trulli circostanti abitavano i dipendenti.

Un documento notarile, datato 15 aprile 1797, testimonia una controversia tra un certo Petruzzi, rappresentante del Conte di Conversano, e alcuni alberobellesi, tra cui il Perta. Causa scatenante erano le modifiche apportate alla sua abitazione, non conformi alle regole stabilite dagli Acquaviva. L’atto parla genericamente della prospettiva del portone, non soffermandosi esplicitamente sull’edificazione dei due livelli o su ulteriori modifiche apportate all’interno della struttura preesistente. L’atto di liberazione del 27 maggio bloccò la situazione, evitando il rischio d’abbattimento.
Nel corso dei secoli il Trullo Sovrano è stato utilizzato, oltre che come abitazione, anche come spezieria e cappella. Nel 1785, infatti, ospitò le reliquie dei SS. Cosma e Damiano, portate dallo stesso don Cataldo Perta da Roma. Dal 1823 al 1837 vi tenne il proprio oratorio la confraternita del Santissimo Sacramento.
Il Trullo Sovrano rappresenta la massima capacità progettuale raggiunta per le costruzioni a trullo e, nello stesso tempo, inaugura la nuova fase costruttiva “a cotto”, vale a dire con l’uso di malta. Edificato da un anonimo costruttore, presenta un ingresso patronale rivolto a sud, inserito in un grande timpano di facciata, e formato da un arco sulla cui lunetta è dipinta una scena del Calvario, riconducibile alla prima metà dell’Ottocento. Due spioncini, al lato della porta, servivano sia per riconoscere un ospite benaccetto sia per colpire con una fucilata un malintenzionato. Al suo interno, superata la piccola stanza da letto sulla sinistra, si accede all’ampio vano d’ingresso, coperto da una volta a crociera, sorretta da una successione di piccoli archi a tutto sesto, addossati a due muri perimetrali. Tali archi neutralizzano la spinta laterale della volta e scaricano il peso della struttura sui muri di sostegno. Da questa stanza si accede all’ampia cucina, comunicante con il giardino. Una porta sulla sinistra immette ai locali che costituiscono il primo nucleo abitativo, attorno al quale è stata edificata tutta la restante struttura. Sulla volta della sala d’accesso si imposta la copertura a trullo, il cui volume costituisce il primo piano, utilizzato come camera per gli ospiti o come luogo destinato alla tessitura. La scala, che conduce a questo ambiente, è stata ricavata nello spessore murario.
Il Trullo Sovrano, dotato di diversi ingressi, era composto, prima del recente smembramento, da dodici ambienti. Questi fornivano all’abitazione una considerevole ricettività. Lo spazio di tali vani era ulteriormente dilatato dall’apertura di nicchie e stipi che, ricavati nello spessore murario e muniti di ripiani, una volta murati, diventavano nascondigli particolarmente utili nel periodo del brigantaggio. Restaurato nel 1993 il Trullo Sovrano, di proprietà privata, è attualmente adoperato come spazio espositivo in occasione di mostre temporanee o per incontri culturali.

 

RIONE AIA PICCOLA

Monumento nazionale dal 1930, questo quartiere, oggi Patrimonio UNESCO, ubicato sul versante sud-est di Alberobello, separato dal Rione Monti dal Largo delle Fogge, agli inizi del diciannovesimo secolo contava quattrocento trulli, che si affacciavano su otto piccole strade, abitati da circa 1300 abitanti. Il suo nome, secondo quanto scrive lo storico locale Notarnicola, deriva dal fatto che, nel suo estremo lembo orientale, (…), eravi, nel sec. XVIII, un’aja piccola in contrapposto ad una grande, che esisteva in piazza delle Erbe (…). L’Aja piccola fu costruita quando, col crescere dei raccolti (e si presume anche della popolazione e delle terre coltivate) l’aia grande si era resa insufficiente per i bisogni agricoli. Conseguentemente, la parte del paese che si estese da quel lato, prese il nome da quell’importante particolare(…). Nel rione Aja piccola vi erano inoltre: la Corte di Giangiacomo (…) e quella di Pozzo Contino (…).

Le Corti erano costituite da uno spiazzo o cortile, circondato da un muro di cinta, che precedeva l’abitazione vera e propria. Su tale atrio si affacciavano le abitazioni patronali e quelle dei dipendenti e vi si accedeva da un grande portone. Esse erano una sorta di masserie urbane.
Attualmente l’Aia Piccola è l’unica zona non toccata da attività commerciali. Qui è possibile scoprire scorci suggestivi che testimoniano l’aspetto che buona parte del paese doveva avere fino a qualche decennio fa.
Lungo Via Duca degli Abruzzi, G.Verdi, C. Colombo, G. Galilei e La Marmora, ogni trullo si diversifica dall’altro per tipologia. Le sporgenze, le piazzette e i numerosi vicoli, molti dei quali non carrabili, creano particolari prospettive.

 

RIONE MONTI

Questo quartiere, oggi Patrimonio UNESCO, che sorge sulla collina a sud del paese, conta oltre mille trulli ed è intersecato da quindici vie.

Tutta la zona è stata edificata sul fianco del colle a ridosso di Largo Martellotta (così denominato per le tre cisterne scavate nell’Ottocento, per la raccolta delle acque piovane).

Le abitazioni, molte delle quali oggi utilizzate a fini commerciali, sono allineate lungo otto vie parallele (Via Monte Nero, Via Monte S. Marco, Via Monte S. Gabriele, Via Monte S. Michele, Via Monte Sabotino, Via Monte Santo, Via Monte Adamello, Via Cadore) che tagliano in senso longitudinale il tessuto urbano. Particolari risultano Via Monte Nero, Via Monte Pasubio, Via Monte S. Michele e Via Monte Sabotino, lungo le quali sorgono le abitazioni più antiche. A queste, in qualche caso, si affiancano camerini ottocenteschi a cotto, con calce, muniti di finestre e balconi che ne aumentano i volumi abitativi.

 

MUSEO DEL TERRITORIO EX CASA PEZZOLLA

Monumento nazionale dal 1930, l’antica residenza, restaurata, ospita attualmente il Museo del Territorio. E’ ubicata tra Piazza 27 Maggio e Piazza M. Pagano, a ridosso della zona monumentale dell’Aia Piccola.
L’insieme è costituito da strutture a trullo alquanto differenti tra loro e aggregate in diversi periodi storici. Il nucleo più antico, costituito da organismi edilizi semplici e di piccole dimensioni, si affaccia su Piazza M. Pagano. Si tratta prevalentemente di strutture monocellulari, con focarili e alcove, che presentano una tipologia costruttiva arretrata, caratterizzata da murature edificate con pietre non squadrate, poste grossolanamente e senza alcun legante. Anche se all’interno sono perfettamente distinguibili i diversi ambienti, la copertura si presenta insellata. I vertici dei trulli, in pratica, sono stati congiunti colmando l’ansa tra i coni. A tale nucleo furono aggregate, in tempi successivi, costruzioni più accurate e l’edificio a due piani. Questa parte della struttura ha una particolare articolazione tipologica, dato che si presenta come una successione d’ampi vani che si susseguono dalla piazza al giardino retrostante. Viene meno, in altre parole, la tipica strutturazione edilizia delle abitazioni a trullo. La muratura perimetrale è formata da pietre squadrate, regolari e ben disposte. Anche l’edificio a due piani, coperto a
trullo e a conversa, che si affaccia su Piazza 27 maggio, è insolito per Alberobello. La conversa è stata realizzata nella parte più in vista, prospiciente la piazza, forse perché considerato un elemento costruttivo dotato di maggiore dignità rispetto ai retrostanti trulli. Quest’abitazione era di proprietà del medico Giacomo Pezzolla, accusato, in un atto notarile datato 15 aprile 1797, di aver edificato una piccola loggetta, modificando l’aspetto della sua abitazione e contravvenendo alle disposizioni del Conte.
Gli avvenimenti storici che seguirono il 27 maggio dello stesso anno fornirono la risoluzione al problema ed evitarono il rischio d’abbattimento.
Il prospetto di quest’edificio si presenta particolarmente accurato e dotato di discreti elementi decorativi: una cornice in pietra disegna il perimetro del frontone e gli architravi della finestra e del portone sono impreziositi da motivi ornamentali tardo-settecenteschi. Il balconcino, in pietra lavorata, chiude la finestra del primo piano.
Ponendosi di spalle all’ingresso del museo si possono osservare, sul lato sinistro della piazzetta, i granai dei Conti, anch’essi coperti a conversa. Qui i contadini erano obbligati a battere il grano e ad ammonticchiare i raccolti da consegnare in decime, controllati da severi guardiani.
Sempre in Piazza 27 maggio, detta delle Erbe, si svolgeva il mercato settimanale istituito da Ferdinando II nel 1855.